A FUTURA MEMORIA



EDITORIALE


A FUTURA MEMORIA

LA CIEMMECI, LA TÉCHNE E I LUOGHI INCOMPIUTI

 


di Paolo De Simonis, Roberto Mancini *


    




















1.   Ricucire: anni, storie, materie. 1993: «nella testa e nel cuore di tre giovani amici e colleghi»  nasce il sogno di cambiare vita creandosi un’avventura fondata su nuove applicazioni di una nuova tecnica: il laser può tagliare e incidere non solo vetro ma anche stoffa e carta, pelle e legno. E dunque Ciemmeci: da Ciampolini, Maltinti e Capezzuoli.

2013: il sogno ha raggiunto la consistenza di un successo che merita memoria anche perché stoffe e pelli, ricucite, si ricompongono in prodotti di bellezza che hanno reso la fabbrica luogo di esposizione oltre che di lavoro.

Ancora non ci chiamavamo Téchne e non eravamo una associazione: decidiamo comunque di ricostruire la “storia dell’impresa“ pubblicandola in un volume. Una storia esemplare di «questa terra di Toscana, dove il buon vivere è spesso fonte di ispirazione del saper produrre bene» , commentava il Presidente della Regione Enrico Rossi nella sua Introduzione. Attorno alla presentazione del volume avevamo organizzato anche una grande festa. Un momento ludico quanto importante perché cementò un piccolo gruppo di persone che poco dopo volle tradursi in Téchne. Arti e culture dell’industria in Toscana: associazione che per statuto si impegna a «diffondere la cultura nell’ambito della Regione Toscana con particolare, ma non esclusivo riguardo alla cultura industriale nelle sue molteplici implicazioni di carattere artistico, letterario, musicale, filosofico, storico, economico e socio-etno-antropologico» .


2.   “Ricucire“ appare oggi operazione necessaria provocata da uno “strappo“ epocale e trasversale. L’economia si pensa protagonista assoluta e dialoga sempre meno con gli altri attori e fattori della scena sociale: mentre le scienze che della società vorrebbero comprendere il funzionamento marciano divise non riuscendo quindi a colpire il proprio target conoscitivo.

C’è chi ha sostenuto che «il divorzio tra natura e cultura, fra cultura e storia che caratterizza l’evoluzione del pensiero meccanicista e riduzionista moderno nei suoi percorsi di omologazione ha residuato la decadenza degli equilibri vitruviani, nell’ars aedificandi, fra firmitas, utilitas, venustas, equilibri riformulati da Leon Battista Alberti come requisiti delle attività umane (necessitas, commoditas, concinnitas); questi requisiti sono stati progressivamente ridotti alle sole utilitas e necessitas con la crescente sovra-determinazione dell’economia e dei suoi apparati tecnico finanziari» .

Non stupisce che da tali e tante divaricazioni derivino luoghi e situazioni dove non si può “viver bene“.

Abbiamo alzato lo sguardo oltre il rassicurante recinto della bellezza (umana, oggettuale, ambientale). Abbiamo scoperto che, oltre la palizzata, non sapevamo dove posare lo sguardo. Il fuori, si vede e si dice, sarebbe privo di valori estetici, senza significato. Alcuni lo hanno chiamato non luogo. E la tassonomia ha sempre un senso, ma la realtà è anti-tassonomica perché tutto in essa vi è contiguo. Non è così facile separare il brutto dal bello, il dentro dal fuori, il luogo dal non luogo. Il bello può non essere così alternativo e scisso dal brutto, come il bene non è facilmente separabile dal male. Un’opera d’arte, nella sua superba bellezza, può “anche“ infliggere agli uomini dei grandi dolori.

Fu la straordinaria bellezza di Elena, della quale Gorgia scrisse un encomio a dare origine alla guerra contro i troiani che così tante sofferenze procurò ad un popolo valoroso determinandone la sua intera dispersione. Il confine tra bello e brutto è infatti uno spazio pieno di insidie. Come gli spazi di confine di una città e dei suoi sobborghi. Così come quegli spazi chiamati non-luoghi: additati al disprezzo di chi ci capita per caso, e nemmeno visti da chi è costretto a viverci. Essi non sono che spazi di confine in senso esistenziale: talvolta sono luoghi adibiti alle partenze, o sono isole architettoniche con funzioni transitorie, cellule dove le apparizioni umane sono intermittenti e dove nessuno può mettere salde radici. I distretti industriali dove noi operiamo appartengono a questa classe di luoghi dominati dal nonsense, perché qui, come scrisse una volta John Ruskin si agita – badate bene: «si agita», non ci vive o ci prospera - «una plebe che fa soldi», una umanità che ha dimenticato la gioia creativa degli artigiani dei tempi antichi.

Molto meno snob quanto aveva scritto secoli prima Alessandro di Hales il quale viveva proprio in quei bei tempi lontani e felici immaginati da Ruskin. Insomma Hales (Summa) sosteneva che l’universo creato è un insieme che va apprezzato nella sua completezza, in quanto sono le ombre che contribuiscono a far risplendere meglio le luci. Su questa linea, ed estremizzando ad hoc, qualche décadent si è spinto fino a sostenere che è il Diavolo che contribuisce ad accrescere l’onnipotenza e la bellezza del Signore . Ce n’è dunque a sufficienza per giustificare lo sforzo di chi cerca di scoprire – meglio: di dare forma a questa non forma. Tanto più che la forma non sarebbe in grado di sussistere senza ciò di cui essa può dirsi forma, ovvero la materia. Come si accorse Theodor Adorno: «non possiamo assolutamente parlare di una forma senza dover dire: la forma di qualcosa» .

Passiamo ora a considerare un episodio delle peregrinazioni mediterranee di Ulisse da tutti conosciute. Quando Ulisse l’astuto (polúmetis) incontrò il Ciclope, egli eluse la sua domanda, ingannandolo. Quando infatti gli il Ciclope chiese: qual è il tuo nome? Egli rispose: outis, nessuno. Con un guizzo geniale Ulisse cancellò la propria identità nel momento stesso in cui pareva enunciarla a chiare lettere. Lo sappiamo che Ciclope era un po’ stupido e che non si accorse del tranello proprio a causa della sua mente ottusa. Ma Ulisse, che forse non sapeva quanto era stupido Ciclope prima di sperimentare la pochezza dell’energumeno, non volle correre il rischio. Outis, nessuno, è una parola il cui suono somiglia al nome Odusseus (Odus/Outis). C’è infatti solo una piccola differenza di pronuncia che separa le due identità: quella vera e quella falsa. Lo stesso vale per i luoghi che hanno una identità e quelli che ne sono privi – si dice che ne siano privi. Infatti le differenze tra loro sono che minime, e lo jato che sussiste facilmente superabile. È quindi assai facile passare dal non luogo al luogo, ovvero dal non senso al senso. I non luoghi, infatti, non sono mai solitari, ma al contrario vissuti intensamente, sebbene ad intermittenza o “in velocità“. E concentriamoci su queste persone, esse con poco sforzo possono dunque essere richiamate alla vita sociale, richiamando la loro propria identità .

Identità di cui peraltro è da tempo stata evidenziata la natura tutt’altro che stabile. Si pensi all’ormai classica lettura di Paul Ricoeur: «Io sono e mi conservo lo stesso, nonostante non sia più identico, nonostante sia cambiato nel tempo. Ho dunque due rapporti con il tempo: l’uno è un rapporto in qualche modo di immutabilità. L’altro di che natura è? Io lo definisco identità narrativa, volendo dire con ciò che l’identità di un soggetto, capace di mantenere una promessa, è strutturata come l’identità del personaggio di una storia» . Tutti cambiamo sempre, dalla nascita alla morte, pur restando sempre e unicamente “noi“.

Alle mutazioni cui è sottoposta l’unitarietà di ogni io soggiace anche il paesaggio, continuamente riplasmato da nuovi eventi che ne determinano diversi racconti. Anche gli eventi negativi, nell’uomo come nell’ambiente, possono generare effetti positivi. Gilles Clément lo evidenzia con la sua messa a fuoco dell’identità del “terzo paesaggio“: «i terreni dove si deve ancora costruire, i ritagli di terra tra i marciapiedi, le aree urbane in stato di abbandono… Tutto ciò che in una città non è oggetto di progettazione e che diventa un rifugio di biodiversità. Un posto dove arrivano erbe e insetti e la vita si può espandere» . Dove quindi quel che comunemente viene associato al degrado costituisce invece una risorsa di diversità e bellezza: dipende dall’acutezza dello sguardo, come del resto avviene con l’arte.

Anche per questo prende campo la convinzione secondo cui, in molti luoghi, il costruire dovrebbe coincidere con il “ricucire“. Per Renzo Piano, «oggi la crescita delle città anziché esplosiva deve essere implosiva, bisogna completare le ex aree abbandonate dalle fabbriche, dalle ferrovie e dalle caserme, c’è un sacco di spazio a disposizione. Si deve intensificare la città, costruire sul costruito, sanare le ferite aperte. Di certo non bisogna costruire nuove periferie oltre a quelle esistenti: devono diventare città ma senza espandersi a macchia d’olio, vanno ricucite e fertilizzate con strutture pubbliche» . Incluse quelle a vario titolo ascrivibili alla disseminazione della qualità estetica posta da Téchne in testa alla sua mission: presentare la bellezza, rendendola seduttivamente outsider, dove non la prevede il senso comune. Accanto e dentro a luoghi di lavoro che ospitano mostre d’arte e incontri culturali sempre all’insegna di una divulgazione che proprio per questo si rende “alta“.

Così è stato in questi tre anni e così viene confermato dalle opere di Franco Mauro Franchi non meno che dalle sue parole: «La scultura contemporanea sembra fatta apposta per poter qualificare anche i luoghi industriali […] questi non luoghi secondo me sono tali perché gli manca la identità dell’opera d’arte e quindi sono importanti tutte le occasioni che si presentano per dare un’identità un luogo, anche quello apparentemente più lontano» .

3.   Ricucire per ricomporre si dimostra, come si vede, operazione necessaria quanto trasversale: «Il sottosistema economico e gli altri sottosistemi del sistema sociale (sottosistema politico, della socializzazione e della comunità societale) sono integrati e intrattengono degli scambi “di confine“ (boundary exchanges), per capire i quali è necessario muoversi tra le discipline» .

Approcci ampiamente “comprensivi“ sono in particolare richiesti dalla scala produttiva entro cui opera Ciemmeci: il distretto industriale. Al suo interno emerge con grande evidenza come per l’economia siano determinanti fattori anche non direttamente tecnici ed economici: produrre implica relazioni e valori, di fiducia e sfiducia, tra politica e credenze, istituzioni e famiglie. Analisi consuntive hanno dimostrato che la capacità competitiva delle imprese risultate vincenti si fondava tanto sulla loro “specializzazione & flessibilità“ quanto sull’interazione «tra istituzioni sociali, culturali e politiche che producevano quelli che recentemente sono stati definiti beni collettivi locali per la competitività» . Wolfgang Streeck ha elaborato il concetto di «“solidarietà competitiva“, con il quale appunto si propone una riforma degli assetti degli stati sociali dei paesi europei volta a coniugare a livello locale la competitività economica con la qualità della vita dei lavoratori che abitano i “luoghi“ dell’Europa» . E che, come da prestigiose Convenzioni internazionali , sono chiamati ad una compartecipazione nel decidere necessaria quanto complessa: le loro percezioni, anche in relazione all’assetto del territorio, non valgono meno delle competenze specialistiche, secondo mainstream a rischio di retorica se non adeguatamente legittimato da pratiche convincenti .

Renzo Piano considera punto di forza di un suo progetto di riqualificazione l’aver «ascoltato gli abitanti e individuato le scintille presenti sul territorio che possono innescare il ciclo virtuoso della rigenerazione» .

E almeno in una di queste scintille, modestamente quanto concretamente, presume di potersi identificare Téchne.



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(*) Editoriale pubblicato in Orizzonti Comuni. L'invenzione collettiva del paesaggio, a cura di Paolo De Simonis, Roberto Mancini, Firenze, Aska 2016.


 


 


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