FASHION TALES

 

 

EDITORIALE

 

Fashion tales

Immagini di sé e figure del mondo, tra libertà e necessità

 

di Paolo De Simonis, Roberto Mancini *

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il ruolo che l’immagine fotografica svolge nella economia del generale modo di rappresentare di Andrea Varani non si situa sul versante della documentazione della realtà effettiva, né su quello dei resoconti giornalistici. Perché in mezzo al suo fraseggio c’è la committenza che impone modi e soggetti e tempi di esecuzione. È per questo che ci siamo interrogati su quali fossero i margini di libertà e di poesia che l’autore rivendica per sé. Beninteso non necessariamente in modo programmatico, ma come istintivo insieme di fenomeniche di sopravvivenza del suo esserci come autore. Ed è qui la sorpresa: è nel territorio di confine tra aspirazioni e contingenze che vediamo affiorare l’intenzione più profonda, il tratto comune che lega gli scatti di Varani nel suo complesso; e che si mostra quel dato di riconoscibilità delle sue immagini.

Infatti il suo ‘sistema visuale’ si presta a due letture diverse: da una parte vi si situa lo sguardo individuale, soggettivo che si spinge su territori inapparenti; dall’altro vi fa forza la logica culturale, il sistema di riferimenti simbolici che rendono queste immagini coerenti con i motivi che le hanno generate. È l’eterno ritornare del doppio regime di lettura che ogni artigiano/artista suscita con le sue opere. Quello di chi produce e quello che subisce il potere delle immagini; letture differenziate, quindi, e persino ambigue. Da una parte il messaggio esplicito, il tracciato comunicativo strettamente legato a logiche funzionali. A questo livello le immagini di Varani sono fatte per essere corroborate da ulteriori elementi di rifinitura: soprattutto forme di comunicazione scritturale, oltre a grafismi che ne orienteranno ulteriormente il significato. Ma non c’è solo questo, come dicevamo, infatti, occorre tener conto che il Varani riserva ‘a se stesso’, nello scarto tra la funzione che il committente indica e l’esecuzione che egli vuole polisemica, qualcos’altro.

È questo ‘altro’ che noi abbiamo voluto sottolineare in questa mostra.

Prima e principalmente vi emergono quadri che potremmo definire ‘naturali’, ma certo la natura del Varani è - per così dire - sintetica e primordiale. È costituita da fissità inesistenti, di luci che non nascono da nessuna sorgente naturale perché le sue rappresentazioni sono prodotti di una elaborazione tutta astrattamente mentale, teorica. L’arcaicità che egli insegue non fa parte di nessun quadro né storico, né antropologico. La sua natura è un perenne esserci: così i suoi gabbiani volano indefinitamente, i fiumi corrono senza sbalzi, le navicelle galleggiano immote, le pietre restano immemori. E le femmine iperuranie dominano come idoli: potrebbero essere in un luogo qualunque dell’universo e la loro algida bellezza non ne sarebbe minimamente scalfita.

Che viaggio è, dunque, quello che il Varani compie?

Un viaggio fedelmente fashionable, la moda essendo mobile già per etimo: dal senso di ‘regola’, espresso da modus, a quello di ‘maniera d’essere esteriore’, corrispondente a factio (che, come è noto, attraverso façon, si è infine consolidata in fashion).

Non solo.

Moda è, in radice, peculiare comunicazione agli altri del proprio sé attraverso, soprattutto, una ricerca di appartenenza fondata sulla ‘distinzione’: condannata come in un mito classico a rinnovarsi per esistere lungo effimere stagioni concorrenziali. In questo assumendo tra l’altro rilevante funzione di antropopoiesi: le modalità del vestire, per quanto imputate di costituire un codice a bassa semantica , contribuiscono infatti a ‘fare umanità’ .

Varani ha viaggiato entro simili inquietudini ambientandole in varietà di paesaggi naturali e culturali per «rappresentarli e così condividerli con gli altri», per «mostrare agli altri ciò che io vedo e percepisco» : classica mission dell’antropologo, nello specifico ricavata resiliendo al mandato della committenza.

In sintesi: la strada migliore per tornare a casa è il giro del mondo attraverso la bellezza delle sue diversità che ti rendono ricco per vivere e capire meglio anche te stesso una volta tornato al punto di partenza. E Varani, quando non lavora, vive tra Empoli e Messico: testimone di quanto sia andato complessificandosi il vecchio schema unidirezionale dell’andar ‘là’ per poi tornare ‘qui’. Le distanze si sono accorciate e quasi tutti hanno già visto quasi tutto. L’esotico convive ormai con il casalingo e Varani importa modelle e abiti apolidi in contesti sempre meno esotici. Non è del resto da ora che l’etnos della moda implica percorsi intricati di import/export, come rilevabile dal lessico di settore: basco, fez, panama, damasco, cachemire, bengalina, mussolina.

Dureranno comunque più in là del loro oblio, molto oltre la post vendita, gli abiti rimasti impressi nelle immagini fotografiche: una pratica che per tradizione si fa risalire al 1892 con le prime fotoincisioni apparse su “La Mode pratique”.

In principio fu solo tecnicalità, destinata a soppiantare i disegni. La potenza qualitativa del mezzo si è manifestata pienamente in seguito, per epocale congiunzione di vari astri della contemporaneità.

La fotografia accresce la famiglia delle Muse da quando l’arte, via ready made, ha preso a fare i conti con la realtà già esistente, anche prodotta serialmente.

La moda impatta la cultura di massa rimodulando la sua ratio distintiva: relazioni e dinamiche non risiedono più nell’ordine asimmetrico della piramide sociale ma in uno spazio che evoca semmai il rizoma dei Cultural Studies.

Conseguenti due diverse vie : quella interessata agli aspetti visivi e formali e l’altra che ha preferito produrre fashion tales come nel caso di Varani. In ogni caso la fotografia, proprio perché equivocata come calco del reale, garantisce solido appoggio al salto nell’immaginazione.

Gli scatti di Varani collaborano al reincanto del mondo. Il suo esser stato creativamente ‘là’ si ambienta bene ‘qui’, al Terrafino di Empoli dove opera Téchne: associazione culturale che, come da statuto, agisce per “ampliare la conoscenza della complessa interazione tra industria, società e ambiente” attraverso forme diverse di riflessione e comunicazione.

 

 

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(*) Editoriale pubblicato in Figure del mondo. Tavole fotografiche di Andrea Varani, Firenze, Aska Edizioni 2016

 

 

 

 

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