L'ANIMA DELL'INDUSTRIA

 

 

EDITORIALE

 

L'anima dell'industria

 

di Simone Siliani *

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 1588 Galileo Galilei viene chiamato a tenere due lezioni presso l'Accademia Fiorentina su “La figura, sito, e grandezza dell'Inferno di Dante Alighieri”. Questi Studi sulla Divina Commedia, pubblicati nel 1855 dalla fiorentina Felice Le Monnier, sono notevoli non solo e non tanto per l'ingenua volontà del giovane Galilei di dimostrare le realistiche dimensioni e collocazione dell'Inferno dantesco, quanto per il dialogo – niente affatto artificiale – che si crea fra l'uso delle leggi matematiche che presiedono al mondo fisico dello scienziato pisano e l'essenza metafisica della poesia dell'Alighieri. Entrambe queste visioni sono capaci di penetrare ben oltre la contingenza e l'immediato percepibile per comporre una sistema coerente e integrato di concezione del mondo. L'arte letteraria di Dante (che includeva conoscenze scientifiche niente affatto banali per il suo tempo) e la scienza galileiana (che mostrava una competenza letteraria profonda) non solo convivono in questo sistema ma addirittura si integrano consustanzialmente. Testimonianza di un tempo in cui l'artificiale separazione fra le 'due culture' di derivazione idealistica non aveva ancora funestato il mondo della cultura.

 

L'anima dell'industria, in fondo, prende le mosse dalla constatazione della insostenibilità di questa separazione, che ha visto progressivamente divaricarsi il campo degli studi - scientifici e umanistici – ma anche il mondo di guardare al mondo, di organizzare la società e l'insediamento umano sulla terra, le concezioni estetiche e vere e proprie Weltanschauung. L'obiettivo dichiarato è quello di contribuire a ricomporre la frattura; rivelare quanta e quale cultura esista nell'organizzazione produttiva; mettere in rilievo la capacità creativa nelle nostre imprese e quanto questo appartenga al patrimonio culturale contemporaneo. Ogni prodotto culturale è stato contemporaneo nel suo farsi, nel rispecchiare i valori non solo ideali e metafisici di una società bensì quelli sociali e produttivi. Mostre, lezioni, seminari, laboratori saranno gli strumenti attraverso i quali l'associazione Téchne. Arti e culture dell'industria in Toscana cercherà di raccontare questa storia, quella della cultura industriale e produttiva che in questa regione è particolarmente viva, al netto delle rappresentazioni oleografiche dell'artigianato (che è invece una importante realtà produttiva) e della rendita di posizione sullo sfruttamento della storia di cui gode un turismo consumistico globalizzato nella regione. E lo fa a partire da questa prima mostra d'arte interamente finanziata dal gruppo Ciemmeci.

Del resto questa è la tendenza più feconda che l'arte contemporanea ha indicato ormai da diversi anni: linguaggi artistici che incontrano quelli industriale e produttivo, l'uso di materiali che dalla storia industriale provengono, l'indagine sulle capacità manifatturiere come espressione dell'arte di oggi, l'utilizzo – infine – di aree industriali (dismesse e non) quali sedi per cantieri produttivi ed espositivi dell'arte contemporanea. Sono sempre di più gli artisti contemporanei che percorrono queste impervie ma esaltanti stradee l'iniziativa con cui si apre L'anima dell'industria, cioè la mostra di Paolo Staccioli, ne è una testimonianza viva.

Ma questa tendenza è vivificante non solo per l'arte; anche la cultura scientifica potrà trarne benefici. Infatti, la crisi silenziosa degli studi umanistici che giustamente lamentava Martha C.Nussbaum nel suo “Not for Profit. Why Democracy need the Humanities”non va affatto a beneficio degli studi scientifici, bensì di una accezione tecnicista ed economicistica degli studi superiori. Che infine snatura anche gli studi scientifici. E' la capacità critica che ci rende cittadini attivi di democrazie mature che viene ad esaurirsi con la riduzione e i tagli ai corsi di materie umanistiche e artistiche. Si tratta di corsi di studi che i decisori politici considerano inutili e superflui e quindi vengono sostituiti nei curricula di studi da corsi in economia, finanza, marketing, ecc. che possono costituire un vantaggio competitivo sui mercati globali. Ma, sostiene la Nussbaum; “anche ciò che possiamo chiamare gli aspetti umanistici delle discipline scientifiche e delle scienze sociali – l'aspetto creativo, immaginativo, e l'aspetto del rigoroso pensiero critico – sta perdendo terreno mentre gli stati preferisco acquisire profitti a breve termine coltivando competenze altamente applicate e utili orientate al profitto”.

 

Guardiamo, dunque, all'industria, in particolare ai distretti di piccole e medie imprese della toscana, ad alta intensità di lavoro e di innovazione di prodotto e di processo, come a delle manifatture della cultura contemporanea, dove si confrontano competenze tecniche, scientifiche e umanistiche; che operano nel settore dei beni culturali, dell'alta tecnologia, delle produzioni tipiche e di quelle innovative. Imprese che costituiscono il motore per lo sviluppo della nostra società non tanto per le quote di profitto che riusciranno a mettere a segno alla fine di ogni anno fiscale, ma per le capacità di innovazione di prodotto e di processo che riescono a mettere in campo, per l'occupazione qualificata, le quote di ricerca e sviluppo che riescono ad incorporare nelle unità di prodotto, per le relazioni sociali che innescano e coltivano. Diverse di queste imprese stanno acquisendo coscienza di questa loro funzione nella società moderna. Alcune organizzano attività di valorizzazione di questo loro patrimonio culturale: realizzano musei aziendali, ospitano mostre, pubblicano libri, sostengono attività culturali no profit. Comprendono che non solo è loro interesse che nel territorio in cui operano vi sia una vivacità culturale con teatri, biblioteche, mostre, ecc., ma soprattutto che loro sono parte di questo panorama culturale in movimento. L'anima dell'industria cercherà di valorizzare questa collocazione dell'impresa italiana e toscana in particolare in questo panorama culturale in movimento, nella consapevolezza che ricucire lo strappo fra le due cultura è un compito improbo ma decisivo per il futuro di questo nostro paese.

 

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(*) Questo editoriale è stato pubblicato in Il viaggiatore immobile: Paolo Staccioli, a cura di R. Mancini, P. De Simonis, Firenze, Aska Editore 2016.

 

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