LE ARTI E NOI



EDITORIALE


Le arti e noi*      





















Il mondo dei Greci era colmo di immagini. Le strade delle città erano spesso, per lunghi tratti, fiancheggiate di statue, così come i templi erano arricchiti da una innumerevole quantità di sculture, affreschi e tavole di legno pitturate. E nelle grandi piazze, fulcro della vita pubblica, facevano bella mostra di sé simulacri di uomini politici, di dèi e di eroi eponimi. Spesso in prossimità di certi crocicchi le opere si infittivano così tanto da rendere perfino difficile il transito dei carri o delle bestie da soma, e da consigliare perciò la rimozione coatta o l'abbattimento dei manufatti degli scultori. Manco a dirlo: le fonti e i teatri erano arricchiti di immagini, così come gli impianti sportivi e ogni altro luogo pubblico. Nelle case dei ricchi le stanze principali erano spesso affrescate e i cortili abbelliti di figurazioni plastiche; persino i piatti e gli utensili da cucina erano animati da scene che evocavano fatti storici o di vita cittadina che alcune volte potevano essere divertenti o oscene, altre più cruente e ricordare imprese guerresche o venatorie.


Solo la scarsa conoscenza dell'antico ci porta spesso a credere che sia stata la modernità a infittire la nostra vita di figure, colori e immagini. Il fatto è che noi non consideriamo che, con il passare dei  secoli è avvenuto un cambiamento, lento e inesorable, che ha progressivamente recluso l'opera d'arte in luoghi privati, conducendola verso un apprezzamento individuale, segmentato e chiuso in appositi comparti. Così, soprattutto a partrire dal XIX secolo, le opere degli artisti sono state a poco a poco sottratte al pubblico apprezzamento e gli spazi comunitari ne sono risultati svuotati, o sono stati concepiti in absentia. (Hölscher, Die griechische Kunst). L'arte ha perso la sua dimensione pubblica e la sua funzione collettiva e identitaria, fino a non essere più parte integrante del vivere collettivo; gli uomini si sono così avvezzati a vivere, benché circondati da manufatti cospicui, senza considerarli per i loro aspetti formali e di bellezza, in qualche modo adattandosi a non guardare.  In antico quasi ogni opera era concepita per il pubblico e realizzata perché durasse nel tempo: si doveva credere che più generazioni di uomini si sarebbero avvicendate attorno ad essa, che molti  occhi diversi l'avrebbero osservata per molto tempo a venire. È stato detto che il mondo delle immagini è stato sempre il mondo degli uomini  e che oggi, afflitti da infinite figurazioni di ogni tipo, non è più così (John Ruskin, Seven lamps of Architecture). 


Sono i paradossi della condizione contemporanea: dove le immagini sono sì ovunque, ma dove a causa di una sensibilità culturale decrescente delle classi politiche, e a rituali pubblici sempre più stanchi, si prescinde dall'opera d'arte come prodotto utile al vivere civile, e ci si affida a mezzi  ritenuti più congrui di pedagogia sociale e di pubblica memorazione. Tant'è che nelle nostre città sopravvivono quasi soltanto monumenti funebri: le lapidi dei caduti nelle grandi e piccole guerre, e i busti di Mazzini e Garibaldi: venerandi e vetusti padri della patria. Talvolta qualche patriota di fana locale, e sparuti riformatori sociali più o meno illustri. Per non dire che fuori delle cerchie Ottocentesche delle città, dove ancora qualche statua equestre pur sopravvive, i monumenti inesorabilmente sono andati diradando o sono stati infrattati tra i cespugli di qualche giardinetto di poco conto. L'arte pubblica – comprese certe erratiche immagini di santi e beati acquistate all'ingrosso - è diventata episodica, interi quartieri di periferia, anche nelle città cosiddette storiche,  è inesistente. Sopravvive soltanto una qualche alacrità progettuale legata ai musei, affinché le loro sale siano adattate ad accogliere folle crescenti di visitatori, perlopiù inermi di fronte alle opere in essi contenute: misteriose e incombenti su di loro. Sarebbe poi fare la cronaca di una scomparsa ricordare che nessun perimetro industriale, luoghi dove il grosso della popolazione trascorre la vita, sia segnato da qualcosa che non sia la esibizione del profilo esterno di un hangar o di un vialone totemicamente segnato dai pali dell'illuminazione comunale. Per cui, inserito in quadri ambientali scadenti, è andato in scarsa considerazionbe anche il valore sociale del lavoro e della produzione industriale. E la dimensione estetica è diventata un 'fatto domenicale', occasione per gite in centro città, un'azione di puro riempimento legata al tempo libero, scissa dal lavoro e lontana dagli spazi quotidiani di vita. La vita di chi lavora in una zona industriale si trova dunque sempre separata dalla bellezza, pur essendo spesso implicata in processi di produzione oggettuale che di essa si ammantano. Ecco dunque che in questo dissidio tra arte e industria, tra lavoro e bellezza, si trovano le ragioni della nostra iniziativa. Perché se è vero, come ebbe a scrivere Sören Kierkegaard, che la poesia non è soltanto nelle cose, ma nell'occhio che le guarda (Aut-Aut), forse conviene ricominciare a istruire l'occhio riconducendolo alla sua funzione principale di indagatore del bello. È tutto qui – se par poco – lo scopo di questa nostra inziativa, la terza, che anche quest'anno proponiamo all'approssimarsi del solstizio invernale, in uno spazio arte di un distretto industriale toscano tra i più rinomati, pieno di persone che lavorano, di aziende che producono, di imprenditori che sanno fare il loro mestiere.



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(*) Editoriale pubblicato in Etica della bellezza. I Colacicchi artisti nel Novecento,  a cura di Barbara Cinelli, Laura Corti, Firenze, Aska 20015.


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