UN FILO MESSO A DOPPIO



EDITORIALE


UN FILO MESSO A DOPPIO

 


di Vinicio Capezzuoli


    




















Un doppio filo ci lega quest’anno a questo volume dedicato a due artisti: Sara Bolzani e Nicola Zamboni e alle opere che sono state esposte nei nostri spazi aziendali; Tessere il mondo è infatti un titolo che si collega in modo esplicito al nostro lavoro. Noi qui in azienda viviamo in mezzo ai fili, una infinità di fili: di cotone, di lana, di nylon, di seta ... Ovunque sono presenti fili: dai prototipi delle nostre lavorazioni su su fino alle rifiniture e ai ricami preziosi. Guai se non avessimo a disposizione centinaia di rocchetti di filo di ogni calibro e colore! Abbiamo perciò sviluppato una particolare affezione per questo strumento modesto e tradizionale, esso fa parte del nostro quotidiano. Ho imparato in questi giorni che l’arte della filatura ricadeva anticamente sotto l’egida della possente dea Atena, la regina dell’Olimpo greco, evidentemente a testimonianza di quanto torcere i fili per fabbricare dei vestiti fosse basilare, allora certo più di oggi.

Come è logico, gli artisti che quest’anno espongono le loro opere qui da noi ci raccontano qualcosa di più in tema: ecco l’altro filo del discorso – ci dicono, per esempio, che la tessitura è un atto di creazione, e qui la questione diventa ‘intrigante’, perché con Nicola Zamboni e Sara Bolzani si passa dalla tecnica del tessere, alle metafore della tessitura. La grande scultura che apre l’esposizione, una donna assisa ad un telaio, ci introduce infatti in un mondo incredibile di suggestioni, sulle quali non mi dilungo, non essendo questo il mio mestiere e rinviando ai numerosi contributi presenti in questo libro.

Quest’anno mi è stato affidato il compito scrivere qualcosa in apertura del nostro settimo volume della collana di Téchne, l’associazione culturale che a noi fa capo, e io vorrei cogliere l’occasione non per parlare di noi della Ciemmeci, che pur sosteniamo da un quinquennio queste iniziative. Vorrei solo brevemente accennare ad un aspetto della nostra attività imprenditoriale, o meglio vorrei richiamare l’attenzione sul tema – non piccolo, certo – del rapporto che c’è tra noi dell’azienda (e quando dico noi, intendo tutti quelli che vivono con e di Ciemmeci) con quanto ci circonda, un tema già affrontato in precedenza ma, io credo, assolutamente cruciale. Al traguardo dei vent’anni di vita pubblicammo un libro sulla nostra attività e sulla nostra vita, la mia e quella dei miei due amici e sodali d’impresa Alessandro Ciampolini e Alesandro Maltinti.

Scrivevamo in tema qualcosa che che resta ancor oggi di attualità: «Il rapporto che c’è tra ambiente e impresa non ha solo carattere materiale, ma si muove su piani meno definibili in termini concreti: è fatto di rinvii, di allusioni, consonanze; ed è sempre un rapporto fluido, non deterministico, in altri termini potremo dire che niente di quel che non è ancora accaduto in quanto a scelte strategiche di politica aziendale alla Ciemmeci, niente di ciò che è ancora incompiuto, può essere dedotto univocamente da quel che si è già determinato in passato, dal momento che gli avvenimenti precedenti impegnano delle condizioni, ma non determinano gli eventi successivi» .

Il volume è del 2013 e da allora alcune cose sono cambiate: l’azienda ha assunto dimensioni maggiori e diramazioni diverse, siamo sempre stati in cammino. Certo è che in questi anni ho avuto più volte modo di verificare quanto «il rapporto che c’è tra ambiente e impresa» non abbia solo «carattere materiale» e che in azienda, mi si passi una espressione forte, si navighi cambiando spesso rotta per evitare scogli e tempeste. Voglio sottolineare il fatto che il cosiddetto ‘mondo dell’impresa’ è estremamente aleatorio, imprevedibile. E questo perché il contesto nel quale viviamo non segue leggi deterministiche, la prassi sopravanza di gran lunga ogni teoria, il che non significa che vi sia qualcosa di rozzo o di improvvisato nel nostro lavoro di imprenditori. In una scultura che è qui in mostra c’è un marinaio, un gabbiere ritto su un pennone, che sembra controllare apertura e chiusura delle vele di una nave, Nicola Zamboni lo definisce ‘poeta’:non avrei immagine migliore per indicare cosa sia guidare una azienda oggi.

Ho avuto modo ultimamente di leggere Città dell’uomo di Adriano Olivetti , un libro uscito nel gennaio del 1960, quando io all’epoca non avevo ancora compiuto due anni. Vi ho scoperto molte cose, mi sono segnato qualche frase, per esempio: «la speranza di un mondo nuovo è legata al destino di un’idea», oppure: «la scienza, indissolubilmente legata e associata allo spirito della Verità – verità è scritta con la lettera maiuscola! – è stata sempre la prima dispensatrice di ogni bene, perché ha da sempre creato il progresso materiale. Dando vita alla tecnica moderna, la scienza ha dato un nuovo corso alla vita e al lavoro dell’uomo» . Alcune pagine di questo libro mi hanno molto sorpreso, vi si riporta il discorso che Olivetti tenne nell’aprile del 1955 in occasione della apertura della nuova sede aziendale in via Clerici a Milano. Mi hanno sorpreso per esempio le affermazioni sul ‘ritmo’ di fabbrica, l’idea, cioè, che una fabbrica, ogni fabbrica, possegga un suo ‘ritmo’, come una sorta di tempo musicale, di cadenza, e che questo ‘ritmo’ sia specifico di ognuna di esse . Quasi fosse il respiro vitale di un essere vivente, secondo Olivetti una fabbrica partecipa e respira con l’ambiente che la circonda. C’è ben altro, oltre alle pur necessarie teorie del menagement, dei «principi della organizzazione aziendale» e dei processi di razionalizzazione! Una fabbrica segue più di ogni altra cosa il destino degli uomini. Dunque se si vuole condizionare il destino di una fabbrica – e forse intuire le sue prospettive – è da essi che si deve partire; si deve cominciare ad indagare – come scrive Olivetti – dall’ «elevamento materiale, culturale e sociale» del luogo dove essa opera . Il modello di riferimento, come si capisce, è altissimo e fuori dalla nostra portata da ogni punto di vista: ricordo solo che in quell’anno 1960 la azienda di Ivrea aveva 14.000 dipendenti. Ovviamente giochiamo su scale diverse, ma anche noi ci siamo posti il tema dell’ambiente che ci circonda. Cosa sia dal punto di vista della forma e dei contenuti. Una volta è venuto da noi a parlare di questo Antonio Natali che tenne un discorso appassionato. Ho detto ‘noi’, intendevo dire noi del gruppo Ciemmeci, e ‘noi’ del gruppo Téchne. Entrambi abbiamo radici che si intersecano. Entrambi viviamo in spazi diversi che alcune volte si toccano o si sovrammettono. Ecco perché, benché abbia avuto quest’anno il mandato di parlare a nome dell’azienda, mi sono ritrovato a parlare ‘come se’ fossi anche il porta-parola dell’associazione. A voi sembrerà un fatto improprio, un conflitto di interessi, a me pare che sia il segno – un segno tangibile – di quel ‘ritmo’ di cui parlava Adriano Olivetti



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