IL TERRAFINO DI EMPOLI DA REINVENTARE

PROPOSTA PER UN BRAIN STORMING

 

Ripensare i “non-luoghi” in cui viviamo. Il Terrafino di Empoli da reinventare

 

 

 

Al dibattito – del quale qui di seguito diamo il documento-base su cui è stata impostata la riflessione – hanno preso parte tra gli altri: Barbara Cinelli, Laura Corti, Antonio Natali, Simone Siliani. La discussione si è svolta nell'aprile 2016 nello Spazio-Arte nella sede industriale della Ciemmeci al Terrafino di Empoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I non-luoghi. Excursus

 

Fino alla metà dell'Ottocento le città europee potevano “legittimamente essere considerate delle opere d'arte”, dal momento che i suoi singoli manufatti erano stati “immaginati in se stessi per essere tali e che la loro reciproca disposizione era stata a sua volta pensata proprio con quell'intenzione”. Ma già un secolo dopo avevano in gran parte perduto questo carattere: nelle città industriali ingrandite e costruite dopo la metà del Novecento, i nuovi quartieri che erano sorti “galleggiavano” in un “deserto del senso” tanto da pater appartenere all'una o all'altra indifferentemente, con abitanti ormai quasi del tutto privi di un adeguato riconoscimento simbolico della loro appartenenza all'urbs”. Non solo, al termine di quel veloce processo di dilavamento dei caratteri cittadini, si colloca un altro fenomeno legato in gran parte alla nascita di snodi dovuti ai nuovi mezzi di comunicazione (stazioni ferroviarie, tranviarie, metropolitane e aeroportuali) che sono stati definiti non-luoghi. Sono ormai molti anni che Marc Augé ha coniato quel termine: non-lieux. Un non luogo – sottolineava – è “ un mondo promesso alla individualità solitaria, al passaggio, al provvisorio e all'effimero”; non ha carattere identitario, non consente una reciprocità di rapporti che si sviluppano sulla base di un sentimento di comune appartenenza e non fornisce consapevolezza delle proprie radici a chi lo abita. Sono, per esempio, non-luoghi tutte le strutture di transito (stazioni e aeroporti), di commercio (shopping mall), di cura sanitaria e di ricreazione (catene alberghiere). Si tratta di costruzioni concepite per un utente generico, spersonalizzato, individuato con un numero di carta di identità, con una carta di credito, con un pass. E dove gli scambi sono per la maggior parte muti o legati ad un linguaggio formulare: che ci si trovi in un centro commerciale, all’ingresso di una autostrada, ad un distributore di benzina, di fronte ad un bancomat in attesa di contante, e che si abbia di fronte una macchina obliteratrice o un addetto umano non fa differenza. Come ebbe ad osservare Stefan Zweig “una volta l’uomo aveva un’anima e un corpo, oggi ha bisogno anche di un passaporto, altrimenti non viene trattato da essere umano”.

Un non luogo non è però semplicemente una macchina omologante. Esso può assumere – per così dire – caratteri aggiuntivi, esso non si dà mai in forma pura: anche in seno ad un non-luogo possono infatti ricomporsi “delle relazioni”, possono realizzarsi quelle che Michel de Certeau chiamava le “astuzie millenarie dell'invenzione del quotidiano”. Perciò il “luogo e il non luogo sono delle polarità sfuggenti: il primo non è mai completamente cancellato e il secondo non si compie mai totalmente”. Anche perché – ed è ancora il de Certeau che si fa sentire in Marc Augé - “sono coloro che si muovono a trasformare in spazio la strada geometricamente definita come luogo dell'urbanesimo”. Risulterebbe probabilmente utile, a riguardo, arricchire le macroanalisi da filosofia della storia con una etnografia paziente: “una indagine empirica che tenta di descrivere le pratiche della vita quotidiana e di cogliere i significati che gli attori sociali attribuiscono ad esse”.

Da quando Marc Augé ha pubblicato il suo saggio sono passati alcuni decenni nel corso dei quali sono intervenuti alcuni cambiamenti anche nei non-luoghi. Essi infatti hanno assunto molti altri caratteri aggiuntivi, per esempio una spiccata verticalità sociale, o una marcata orizzontalità strutturale. Entrambi questi caratteri – ma soprattutto il primo - si manifestano come nuclei che si incistano all'interno dei non luoghi rivestendovi carattere di paradosso.

 

 

2. I non-luoghi verticali (la stazione di Santa Maria Novella)

Il paradosso consiste nel fatto che mentre il non luogo nel suo complesso tende a cancellare ogni elemento identitatrio, quello verticale sviluppa al suo interno alcuni nuclei (o piccoli snodi) dotati di ciò che potremo definire come iper-significatività di status. Tra i molti non-luoghi ipersignificanti c'è la stazione di Santa Maria Novella. La documentazione fotografica può funzionare da exemplum. Sono immagini di alcuni nuovi locali ricavati nella galleria della stazione.

 

Come ben si vede si tratta di “strutture cognitive” che permettono di “oggettivare” la contrapposizione tra “l'élite di dominanti e la massa di dominati”, quest'ultima con i caratteri di “moltitudine contingente e disordinata, interscambiabile e senza numero, debole e disarmata, senza altra forma di esistenza se non quella statistica”. Siamo qui in presenza di una gestione ideologica della stazione che tradisce “un'insofferenza quasi ossessiva per il numero” e che perciò va in cerca di fattori differenzianti, ridisegnando spazi riservati, creando aree di esclusivismo e punendo in definitiva la povertà.

I più deboli vengono così posti ai margini, seppure bene in vista per motivi di ordine pubblico. Ma sempre più mal tollerati, privati di ogni minimo supporto confortevole, perfino dei servizi igienici che non sono nella loro disponibilità, se non dietro cospicuo pagamento. Facciamo qualche esempio: in luogo dei locali per le docce – l'antico 'diurno' - trova ora sistemazione un supermarket di libri; nella sala d'attesa di seconda classe, è allocata una sala riservata ai passeggeri abbienti; il posto di polizia è stato marginalizzato per far spazio ad un negozio di borsette. Nell'androne dei biglietti, senza aria condizionata e riscaldamento, sono state sistemate le vecchie poltrone della sala d'attesa di seconda classe, ma private dell'imbottitura e ridotte al solo scheletro di metallo; al posto di uno sportello bancario c'è ora uno smercio di cioccolata e un emporio di belletti. Su uno dei lati della stazione, in luogo degli uffici dei dirigenti di movimento, ha aperto un emporio di magliette e jeans; dov'era la chiesa – spostata nella lontana zona dei binari tronchi - è stato ricavato un deposito di acque e bevande di un bar.

 

3. I non-luoghi orizzontali (il Terrafino di Empoli)

 

Per trattare di quelli che abbiamo definito non-luoghi orizzontali ci spostiamo dal centro di Firenze nella zona industriale del Terrafino di Empoli. Vi ha sede l'industria che ci ospita e che finanzia la nostra attività culturale, peraltro partecipando attivamente ad essa.

Quello del Terrafino è un paesaggio industriale. Ora, nel nostro ultimo libro dedicato alla nascita culturale del paesaggio (Orizzonti Comuni. L'invenzione colettiva del paesaggio) a questo tema dell'industria non abbiamo dedicato che qualche rapido cenno. Tuttavia molto abbiamo insistito sul fatto che l'idea del bello non ha carattere assoluto (Simone Siliani vi parla apertamente della necessità di superare la “retorica stucchevole del 'bello che salverà il mondo' ”), e quindi deve per forza di cose essere relativizzata e considerata come una costruzione culturale contingente, relativa cioè a una certa società e ai suoi assetti. Come a dire che l'apprezzamento estetico ha più a che fare con la mente entro la quale si genera che non con i manufatti che lo sollecitano.

Non tutti condividono questa posizione, e – a ben vedere – seguendo per un momento il ragionamento che fa Simone Siliani nel saggio di apertura di questo volume, si giunge a mitigare questa posizione apparentemente radicalemnte relativista. Una città – afferma Siliani, citando un saggio del Romano - “è costituita da molte e diverse categorie di manufatti … ciascuno dei quali corrispone a una specifica sfera espressiva con propri codici di lettura e di apprezzamento, che tuttavia nel loro insieme debbono riuscire a dar luogo … a un manufatto in qualche modo unitario”. Dunque la questione del bello come concetto relativo trova un suo limite nella necessità del sentimento di “unitarietà”, ovvero in un principio di ordine, di armonia, di proporzione … . All'apparenza siamo dunque ricaduti nell'estetica winkelmaniana. Ma è poi vero? Per quanto ci riguarda vorremmo però mettere in evidenza non soltanto quegli aspetti di aritmetica, simmetria e ripetizione, gli elementi di sequenzialità geometrica insomma … . E sgombrare il campo da qualche equivoco.

L'equivoco consistente nel considerare in modo totalmente astratto le forme del bello come se essere potessero esistere indipendentemente dai soggetti chiamati a investirle di sentimenti e di emotività, o a decodificarne i valori simbolici, etico politici e morali. Su questo punto specifico l'editoriale di apertura nel catalogo della mostra Etica della bellezza fornisce qualche utile chiarimento, derivando alcuni elementi di privazione di senso del distretto in cui operiamo, non tanto dalla pura e semplice assenza di manufatti artistici – o artistico monumentali – quanto piuttosto dalla netta separazione tra il mondo del lavoro e il mondo dell'arte. E quando si dice ciò si deve intendere la lontananza di carattere sociale che si è venuta delineando, soprattutto a partire dal XIX secolo, tra tutti coloro che lavorano nel settore dell'industria (tutte le componenti!) e mondo artistico e intellettuale.

Questione sociale immensa, ovviamente, con implicazioni complesse. Niccolò Tommaseo la riassunse così in una pagina di esemplare lucidità: “le arti del bello non sieno intimamente congiunte con la vita civile quant'erano in altri tempi e quanto il loro uffizio richiede; che non siano onorate come pubblico ministero; che sugli animi delle moltitudini non siano potenti”. Cui fa da eco quanto ebbe a scrivere Adriano Olivetti: “infine è superfluo per me l'insistere sulla influenza spirituale della Bellezza [essendo essa scontata. n.d.r]. Certamente esiste ovunque in Europa una grande vocazione e capacità artistica, ma questa sembra avulsa dalla vita delle Comunità nazionali, giacché la comprensione artistica sembra essere il privilegio di una piccola classe”. Non dovrebbe quindi, in questa stessa linea, provocare scandalo considerare l’arte “un insieme locale di pratiche culturali che inizia ad articolarsi nella forma che noi conosciamo intorno al Settecento in Europa col progressivo affermarsi dei musei, delle Accademie e dei dibattiti sviluppati dagli esponenti più colti delle classi agiate dell’epoca”.

Questione immensa, dicevamo sulla quale l'esercizio filosofico non è certo mancato: da Friedrick Shiller a Theodor W. Adorno e a tutta la cosiddetta scuola di Francoforte, e che finì per investire la stessa riflessione olivettiana, cioè a dire la più importante avventura economico-culturale mai tentata in Italia dal dopoguerra a oggi.

Prima di porci la domanda se il Terrafino di Empoli appartenga alla categoria dei “non-luoghi orizzontali”, e se e come si possa intervenire per attribuirgli senso e identità, conviene cercare di delinearne un po' meglio il profilo dal punto di vista economico e da quello dei suoi rapporti con il restante tessuto urbano, periurbano e il paesaggio agrario.

Come è stato notato, “il fatto che il distretto industriale sia costituito da un gran numero di piccole imprese specializzate, raggruppate in una stessa località, non è privo di conseguenze sul tipo dei rapporti economici esistenti tra i soggetti che vivono e lavorano in tale località. Difatti, se le imprese territorialmente vicine sono numerose e abbastanza piccole, allora per ogni singola fase, o funzione, in cui è suddiviso il processo economico attuato nel distretto, tenderà a formarsi un mercato locale in cui le imprese che offrono e che domandano quel particolare bene o servizio sono in competizione tra loro. D'altra parte il raggrupparsi stabilmente degli operatori in una stessa località di solito implica l'appartenenza dei medesimi ad uno stesso ambiente culturale; ad un ambiente cioè caratterizzato da valori, linguaggi, significati, e soprattutto, da regole implcite di comportamento (consuetudini) comuni. L'appartenenza dgli operatori ad uno stesso ambiente culturale è una caratteristica importante del distretto indistriale. Tuttavia per l'efficacia economica di tale modello organizzativo, occorre che le imprese territorialmente vicine facciano parte non di un contesto sociale qualsiasi, bensì di uno in cui, nel tempo, si sia formata una consuetudine di cooperazione reciproca estesa ai rapporti economici”.

Seguendo il filo di questo ragionamento, dunque, un distretto possiederebbe una forte fisionomia culturale – una “comunità”, viene anche definito - che si rispecchia soprattutto nelle performance delle aziende che lo compongono e, di riflesso, in quelle del ceto industriale che ne è il motore primario. Questi elementi differenziano un distretto industriale anche dalla “città industriale” - almeno per come essa viene comunemente intesa da Lewis Mumford in poi – e cioè come insieme di elementi costitutivi (fabbrica, ferrovia, quartiere operaio, slum), la cui proliferazione incontrollata, attraverso una crescita caotica, determina la nascita di una città degradata. In questa città si realizza la sovrapposizione delle aree residenziali alle produttive. In Italia ci sono molti casi di piccoli centri che a seguito dell'insediamento di singole imprese in grado di assorbire la quasi totalità della forza lavoro si sono trasformati in città industriali. Come ad esempio: Sesto San Giovanni, Piombino, Terni, La Spezia, e il villaggio di Dalmine con la omonima Dalmine intesa come company town. Correlativamente il paesaggio urbano ha subito molte trasformazioni, una in particolare è degna di interesse ed è la trasformazione delle aree rurali in territorio urbanizzato, definito come “paesaggio della dispersione”, sprawlscape in cui si perdono tutte le indicazioni gerarchiche di un determinato territorio.

Dunque seguendo questi ragionamenti un distretto non apparterrebbe alla categoria dei non-luoghi, perché avrebbe – costituitivamente – il carattere di comunità e perché non sarebbe stato generato per via di superfetazioni e ingrandimenti caotici, ovvero per sovrammissione tra funzioni produttive e residenziali.

Ma è proprio vero?

La prima oservazione empirica che verrebbe di avanzare è che, proprio in conseguenza di quanto detto, siamo però qui in presenza di una zona di popolamento – per così dire – intermittente, priva cioè di ogni vera vita sociale, a parte quelle prossemiche strettamente legate alle attività economico-produttive che vi si svolgono.

Ma anche dal punto di vista della morfologia c'è da dubitare assai del fatto che un distretto sia un vero luogo appartenente in modo organico e socialmente strutturato ad una comunità cittadina. I paesaggi di dispersione, gli sprawlscape, si caratterizzano per una estrema proliferazione dei segnali: cartelli stradali e insegne pubblicitarie. Mano a mano che ci allontaniamo dal centro di una città il predominio delle scritte e il rapporto con la velocità con la quale possono essere percepite. Infatti i paesaggi della dispersione – e quello del Terrafino sembra un caso del genere - presuppongono una comprensione del mondo grafica, basata sui marchi e le insegne che si affianca (e sostituisce) la conoscenza dello spazio e della forma dei manufatti. Il moltiplicarsi dei nomi e delle insegne segnala un disagio verso un modo di occupare lo spazio multiforme, sfuggente, restio all'inquadramento classificatorio dei tipi e delle definizioni. E determina uno spaesamento.

 

 

4. Conclusione (provvisoria)

 

Da quanto detto emerge che, se per un verso il Terrafino di Empoli, in quanto distretto economico costituisce anche una unità territoriale e sociale con una precisa fisionomia culturale, dall'altro esso si presenta con tutte le caratteristiche di un ambiente urbanizzato in modo “spaesante”. In altri termini esso è un non-luogo entro il quale le astuzie del quotidiano hanno agito in modo tale da correggere – o meglio enucleare – alcuni spazi di forte carattere identitario. In tutto questo persiste un equivoco che gli economisti – per via della rigida strutturazione della loro disciplina - non vedono, esso riguarda il fatto che quando essi chiamano il distretto una comunità intendono che si tratti di una “comunità funzionale”. Si deve ad Adriano Olivetti l'aver individuato la necessità di distinguere tra una comunità funzionale (in una società complessa come quella industriale – dice Olivetti - gli 'istituti funzionali' devono garantire il flusso produttivo, di beni e servizi, e di informazioni), ed altri tipi di istituti, quelli rappresentativi, di mediazione e di discussione (a tal riguardo egli parla di istituti “che funzionano come 'foro di negoziazione'”).

Ripensare l'insieme umano-territoriale-industriale è possibile se ripartiamo da questo assunto olivettiano. C'è un punto: se il lavoro costituisce uno spazio pubblico, un luogo di socializzazione, di scambio e di confronto, come ottenere questo spazio pubblico? Come dare un senso agli spazi industriali?

 

Il magistero olivettiano, tributario dell'esperienza del Bauhaus e al modello del New-Deal americano degli anni Trenta, mirava molto in alto. Ad ottenere industria, territorio, attrezzature sociali costituissero una omogenea unità. In questo quadro elaborò una sua peculiare utopia alla quale occorre tornare a dare lo spazio che essa merita, ma – attenzione! - non in quanto fantasia irrazionale, ma come fonte di ispirazione ideale.

“L'ordine – scriveva Olivetti - è certamente di potenza divina, perché solo per opera sua può manifestarsi il bello nel numero e nella qualità. Ma il disordine ancora prevale. … è ancora disordine quando vediamo le nostre città crescre senza piani, senza spazi verdi, nel rumore e nella bruttezza. Noi sogniamo una comunità libera, ove la dimora dell'uomo non sia in conflitto né con la natura, né con la bellezza, e ove ognuno possa andare incontro con gioia al suo lavoro e alla sua missione”. ‘Conflitto’, d’altronde, non è necessariamente luttuoso sinonimo di ‘guerra’: polis, polemos e politica hanno la stessa radice. Si tratta semmai di organizzare le condizioni educative e culturali per lo sviluppo delle capacità di immaginazione e invenzione dell’inedito. E questo passa non secondariamente dalla messa a punto di una scienza e di una prassi di gestione evolutiva dei conflitti.

Come è stato osservato, in questo rapporto con la funzione e con gli utenti, in questa idea 'sociale' di architettura “si cela anche l'eredità di una convinzione ruskiniana della fondamentale analogia fra esperienza estetica ed esperienza morale. Come aveva osservato S. Agostino, il bello è lo splendore del vero.

 

 

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