AL TEMPO DEL CORONAVIRUS / LETTERA


Il fuoco sotto la cenere

 

Stiamo assistendo inermi al progressivo effondersi del contagio. E come tutti stiamo aspettando che l'immane tempesta si plachi.


Siamo persuasi che giungeranno infine tempi meno affannosi, sebbene molto problematici; meno mortiferi, ancorché carichi di interrogativi.


È tuttavia ancora presto per giudicare che cosa avremo perso dopo questa contesa e che cosa sorgerà a vita nuova.


Noi di Téchne siamo abituati a “lavorare” con le parole e con le idee: ma oggi dobbiamo constatare che girano troppe narrazioni  e si ascoltano troppe “filosofie” che ci spiegano le ragioni di codesta piaga dolorosa. Purtroppo essa non ha ragioni: dobbiamo infatti considerare che certi episodi della storia sono imprevedibili e imponderabili.


Si dirà che la pandemia ci testimonia della fragilità umana. Pensierino, pensierino! Quella stessa fragilità si rivela a seguito di un incidente d'auto, diciamo di un tamponamento a catena. Pensierino, pensierino: la tragedia è dunque una questione di scala?


Avevamo progettato quest'anno – nella sontuosa cornice rappresentata dalla mostra delle opere di Adriano Bimbi – di parlarvi di dio: volevamo sollecitarvi sulla più umana delle idee dell'uomo: l'idea di dio, appunto.


«Al compimento del trentesimo anno, Zarathustra … una mattina, alzatosi con l'aurora, si fece al cospetto del sole e così gli parlò:

“O grande astro, che cosa sarebbe la tua felicità se tu non avessi coloro a cui risplendi?”» (Friedrich W. Nietzsche, Also sprach Zarathustra)



Una delle conferenze che avevamo previsto tra marzo e aprile avrebbe dovuto perciò intitolarsi “In cielo, in terra e in ogni luogo”: Dio ha bisogno degli uomini?. Ma anche nelle altre “letture” che avevamo posto in programma avremmo voluto confrontarci con il tema del ‘soprannaturale’ (sovra-naturale): ma è stata proprio la ‘natura’ a impedircelo. Per adesso.


Siamo certi che l’ ‘oggi’ cambierà e per esser migliore ha bisogno di pensieri e azioni per il futuro. Non solo da parte degli scienziati e dei politici.


Anche  la nostra piccola comunità di amici vorrebbe 'pre-pararsi' immaginando, desiderando, progettando: è forse la dimensione più bella e giusta della vita questa dell’andare ‘oltre’ quel che c’è già. Anche Ciemmeci non c’era, e se ora ci ospita lo dobbiamo all’impegno di chi prima di realizzarla l’ha sognata.

Per il ‘dopovirus’ ci sarà bisogno, lo dicono tutti, di un piano economico rivoluzionario e immaginifico che non potrà non essere anche culturale: pensare in profondità e bellezza non da soli.


Non possiamo incontrarci? E allora, come oggi succede nelle nostre scuole, ‘non perdiamoci di sito’ ma proviamo a restare in contatto grazie alla comunicazione a distanza: leggete ogni tanto il nostro sito: www.technearti.org Ci scambieremo informazioni, storie, foto e video, consigli di lettura, proposte.

           

            Sarà un po’ come mantenere il fuoco sotto la brace per riaccenderlo poi.




Avvertenza di techne

 

Sulla sua rubrica sul sito della casa editrice Quodlibet il 13 aprile scorso Giorgio Agamben è intervenuto (dopo alcune precedenti prese di posizione) con una serie di riflessioni su quanto sta accadendo in Italia al tempo del coronavirus.

Abbiamo ritenuto utile riproporre qui le sue parole.

Esse inaugurano uno spazio speciale dedicato ai commenti. Spazio che Téchne ha deciso di mettere liberamente a disposizione di quanti desidereranno intervenire sul tema.

Téchne aveva già emesso un comunicato (lo si veda pubblicato qui con il titolo Il fuoco sotto la cenere) con il quale, nel dare conto della forzata sospensione delle sue consuete attività culturali, auspicava che non venisse a estinguersi quel rapporto di amicizia e apprezzamento vicendevole che si era costruito in questi anni tra tutti quelli che avevano, a vario titolo, partecipato alle sue iniziative: amici, sodali e collaboratori.

Inevitabilmente diversi, per storie di vita e competenze, ma proprio per questo concordi nel rendersi interessati e disponibili all’ascolto degli ‘altri’.

Ernesto de Martino, antropologo, volle soprattutto essere «un cercatore di uomini e di umane dimenticate istorie, che al tempo stesso spia e controlla la sua propria umanità, e che vuol rendersi partecipe, insieme agli uomini incontrati, della fondazione di un mondo migliore, in cui migliori saremmo diventati tutti, io che cercavo e loro che ritrovavo».

Nel nostro ‘minimo’ vorremmo cercare di procedere in questa direzione.

L'orizzonte temporale della sospensione della vita associata alla quale avevamo reagito, col passare delle settimane, ha perduto il carattere di provvisorietà, di emergenzialità e di eccezionalità.

Gli inviti – provenienti dai più disparati “soggetti istituzionali” spesso soltanto organismi burocratici privi di statuto giuridico ben delineato – a mantenere comportamenti

virtuosi, pressoché tutti basati sul controllo delle relazioni sociali e sulla limitazione delle libertà individuali pone problemi di legittimità ed è foriero di conseguenze drammatiche.

Si profila secondo alcuni il rischio che tra le vittime del virus si debba contare anche la democrazia: una tesi forte e divisiva che occorre quindi ‘conoscere per capire’ anche attraverso le parole di Agamben e queste che seguono.

Il regime regolamentare e pedagogico al quale siamo sottoposti ha di fatto estinto tutti gli spazi della socialità e dell'affettività.

L'uso regolare del controllo a distanza dei cittadini con droni dotati di telecamere che possono intrudersi nella nostra intimità, varcare ogni soglia, registrare il nostro privato è un provvedimento grave.

Stiamo entrando in un regime pedagogico.

La nevrotica, ossessiva irriflessa ripetizione dei medesimi comandi e raccomandazioni è stata ormai introiettata diventando forma mentis e habitus comportamentale, ovvero passiva acquiescenza ad un potere sempre più normativo.

Il farmaco con il quale si intende curare il male si sta rivelando letale per il soggetto ammalato.

Stiamo entrando, forse siamo già entrati, in un ordine osservante?

Il ‘forse’ e il ‘rischio’ possono mutarsi in realtà in assenza di reazione e partecipazione.

Le parole che avete appena letto avranno senso se appunto ne provocheranno altre, anche ‘diverse’, che attendiamo da voi: come sempre è avvenuto nei nostri incontri, tra lavori e pensieri, che confidiamo di riavviare il prima possibile


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Una Domanda

 

Giorgio Agamben

 

 

 

 

 

 

 

 

La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo.

(Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53)




 

     Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia? Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate. La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.


1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?


2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.


3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.

 
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo. Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede. Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

 

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

(14 aprile 2020)




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Intervento/1

 

 

Una pericolosa distopia

di Sara Bolzani

 

Chi sceglie un percorso artistico nella vita è abituato sin da subito a fare una scelta tra sicurezza (lavorativa) e insicurezza, detto ciò in ogni individuo si può cogliere una indole che porti nell’una o nell’altra direzione. Applicando questo pensiero alla situazione attuale si denota che la gran parte delle persone impaurite e talvolta letteralmente terrorizzate anche con l’aiuto dei mass media hanno scelto di eseguire anche senza obbligo ordini impartiti per il “bene comune”, la salute.                                                                              La società sempre più ospedalizzata  e bisognosa di farmaci  per qualsiasi tipo di piccolo dolore accetta sempre meno quell’inesorabile destino a  cui tutti siamo condannati ed è per questo che un piccolissimo virus ci ha letteralmente paralizzati sia nelle azioni che ancora più gravemente nell’intelletto. Viviamo ormai da diversi anni in un modello sociale che  ci porta a tener conto solo del nostro piccolo spazio vitale e non a concepire l’uomo come essere sociale e bisognoso degli altri per procedere in una vita piena e degna di essere vissuta per questo motivo la propria salute diventa più importante di tutto il resto finanche della libertà. In conclusione direi che la visione distopica di “1984” di G. Orwell si stia velocemente realizzando e quando la realtà comincia a superare la  fantasia credo che dovrebbe suonare un campanello d’allarme.

(Sara Bolzani, scultrice:  www.sarabolzani.it. Nel 2019 ha esposto molte sue opere presso lo spazioarte di Techne)

 

 

 


Intervento/2

 

 

 

“Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude e canoscenza”. Forse.

 

di Nicola Zamboni

 

Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtude e canoscenza. Dante Alighieri  “Inferno”.

 

Hanno accettato di vivere nelle orribili aggregazioni urbane prive di bellezza, poesia e virtù, infallibili trappole di nevrosi e degrado.                                  

Hanno sacrificato libertà e dignità naturale in cambio di una sicurezza sempre più schiavizzata e infida.

Hanno prolificato fino ad invadere pericolosamente tutto il pianeta.          

Pensavano ora di  essere parte di chi mette le regole?  Fare parte di caste di potere? Questo significa che non hanno mai letto o capito un libro di letteratura classica o di storia sulle caratteristiche dell’umanità.            

Avevano mai intravisto che progetto eterno di parte dell’umanità e di caste emergenti è di avere il potere di schiavizzare i più ignoranti perciò i più deboli? Useranno strumenti sempre più forti che la tecnica, la politica, la religione possono disporre trasformando il tutto in controlli e leggi punitive ed inaccettabili.

 

(Nicola Zamboni Ha dedicato gran parte della sua vita a eseguire sculture pubbliche cercando sempre di unire arte e bellezza in netto contrasto con le grandi mostre e musei d’arte contemporanea tutto in mano ai critici vera sciagura del buon gusto. La sua produzione si può veder al sito: www.nicolazamboni.it, nel 2019 ha esposto molte sue opere nello “spazioarte” di Techne)

 


Lettura/1

 

 

bio-pouvoir ou thanatocratie?

 

Par Jean-Loup Amselle

 

 

Publié le 8 avril 2020 à 15h15 sur L'Obs

 

 pour lire la version complète allez: www.nouvelobs.com/idees/

 

Il faut défendre la société


     Dans ses célèbres cours du Collège de France de 1976 publiés sous le titre « Il faut défendre la société », Michel Foucault a opéré une distinction tranchée entre deux types de pouvoir, celui prévalant au XVIIe et XVIIIe siècle et l’autre débutant au XIXe siècle et s’étendant jusqu’à l’époque contemporaine.

Le premier type de pouvoir, de nature disciplinaire, est celui du souverain qui s’exprime essentiellement en affirmant ses prérogatives sur la mort de ses sujets. C’est l’époque des exécutions capitales en place de Grève, des supplices appliqués aux corps des condamnés (écartèlement, etc.) et de l’interdiction du suicide.



     A partir du XIXe siècle se met en place un nouveau type de pouvoir qui entend régir la vie des citoyens tout en laissant toute latitude quant à la mort. ...

 

L’emblème de l’Etat moderne

     A travers ce nouveau type de pouvoir que M. Foucault nomme « bio-pouvoir » se manifeste l’essence même de l’Etat contemporain, c’est-à-dire le racisme moderne. C’est le seul moyen dont il dispose pour, selon son expression, « faire vivre » et « laisser mourir ». Il permet d’une part de gérer et de contrôler la « population » en la fragmentant en une série de sous-ensembles (natalité, mortalité, maladies endémiques) assimilés à des races et, d’autre part, en étatisant la mortalité, d’exercer, dans le cadre du système politique, la fonction substitutive de la mort.

Pouvoir de vie, non-pouvoir de la mort, tels semblent être les deux emblèmes de l’Etat moderne, ceux-ci s’appliquant aussi bien à sa forme démocratique, qu’à ses variantes totalitaires, le nazisme et le stalinisme. ...

 Le contrôle des individus à travers l’hygiène publique, la Sécurité sociale, les dossiers médicaux (carnet de santé, etc.), la carte Vitale, les campagnes de vaccination obligatoire, de détection préventive de certaines affections (cancer colorectal, mammaire, etc.) semblent être, outre leur utilité intrinsèque, des exemples convaincants de la manière dont l’appareil institutionnel assujettit les citoyens au nom de son souci de les maintenir en bonne santé.

 

Le libéralisme contre le « bio-pouvoir » ?

     Si le « bio-pouvoir » peut être considéré comme le moyen de maintenir la force de travail en bon état tout en minimisant son coût de fonctionnement, c’est-à-dire en limitant les frais de dépense de la Sécurité sociale, ce modèle trouve ses limites tout d’abord dans le cadre de l’extension de l’ultra-libéralisme qui vise à minimiser le plus possible les dépenses publiques en matière de santé.

Le démantèlement du secteur public et notamment de l’hôpital public représente déjà une première limitation du « bio-pouvoir »  …..

La privatisation du domaine de la santé, le fait de recourir exclusivement à des médecins nommés justement « libéraux », à des cliniques privées peut apparaître précisément comme le moyen privilégié d’échapper à l’emprise coercitive de l’Etat. La liberté de se soigner, ou de ne pas se soigner, de mourir, sans être pris en charge peut être également vue, en un sens, comme une libération.

 

La « bio-pouvoir » a-t-il fait son temps ?

     Le désengagement de l’Etat peut être ainsi analysé comme un désengagement du « bio-pouvoir » et cela peut s’étendre également au secteur des personnes âgées et des retraités qui sont considérés depuis quelque temps par certains penseurs ultra-libéraux comme une charge insupportable dont il faut se débarrasser. Bref, le maintien en bonne santé et en vie de la population ne semble plus être le but ultime du capitalisme dans sa phase actuelle ...

Comme la pandémie actuelle du Covid-19 le montre, un nouveau modèle se met en place, celui du darwinisme social dans lequel la survie des plus aptes devient la préoccupation essentielle. Le corollaire de cette position est que les plus faibles doivent céder la place, soit dans le cadre de l’« immunité de groupe » qui fait fonction de tri avec un grand nombre de contaminés et de victimes, soit dans le cadre d’un tri effectif où l’on décide de n’intuber et de ne réanimer que les malades les plus jeunes – ou les moins vieux – en raison du manque de respirateurs et de lits de réanimation.

 

Du pouvoir sur la vie au pouvoir sur la mort

     Le pouvoir médical n’est donc plus un pouvoir sur la vie mais un pouvoir sur la mort des individus concernés. Contrairement à ce qui passait depuis le XIXe siècle, il ne s’agit plus désormais de « faire vivre et laisser mourir » les citoyens mais de « faire vivre le capital » et de « faire mourir » les vieux et les improductifs. En témoigne l’appel à la réouverture des entreprises indépendamment des conditions d’hygiène et de distanciation requises, appel entrant en contradiction avec les injonctions à rester chez soi. En témoigne également l’encombrement des quais de la gare du Nord du RER à 6 heures du matin contrastant avec les rues désertes de Paris dans la journée.

Le triage a donc pour effet de séparer ceux qui sont destinés à survivre de ceux dont la vie n’a pas d’importance, que l’on peut sacrifier sur l’autel des actionnaires qu’il s’agisse des inaptes (personnes âgées et malades) ou des indésirables (migrants, réfugiés). Bref, du bio-pouvoir de l’Etat, on est donc passé à un « thanato-pouvoir » ou à une « thanatocratie ».

 



Lettura/2

 

 

 

Le quattro lezioni (o domande) della crisi del Covid-19

di  Stefano Zamagni

Apr 3, 2020 - 08:11:26 – [pubblicato su Politicainsieme.com]

 

     Ha scritto Erodoto: “Ta pathemata mathemata”, le sofferenze [quelle serie] insegnano. Cosa ci sta insegnando la terribile crisi che dal 21 febbraio ci sta perseguitando?

Primo. Dobbiamo riconoscerlo: negli ultimi decenni, la cultura, anche quella blasonata, ha di fatto posto in disparte quella virtù cardinale che è la prudenza. Anzi, si è voluto far credere che prudente è il soggetto che teme di prendere decisioni, perché avverso al rischio. Ma la prudenza – l’auriga virtutum secondo l’Aquinate, perché guida tutte le altre virtù – è esattamente il contrario. È piuttosto la virtù del voler guardare lontano per mirare al bene comune. Perché si è atteso fino al 21 febbraio per prendere i primi timidi provvedimenti quando si sapeva da oltre un mese e mezzo che in Cina (e subito dopo in Corea del Sud) il virus andava mietendo vittime? Perché si è fatto credere che la pandemia fosse un caso di cigno nero, cioè un evento imprevedibile, quando invece era stato previsto da almeno tre anni? (Cfr. la dichiarazione di Anthony Fauci, Direttore dell’Istituto Nazionale per le malattie infettive, USA, su Healio, genn. 2017) Perché non si è tenuto conto del fatto, arcinoto, che il tratto iniziale della curva esponenziale che descrive l’andamento temporale dell’infezione è quasi piatto, il che ha indotto a credere che non ci fosse motivo di preoccuparsi più di tanto?

Secondo. La pandemia ci sta facendo comprendere la profonda differenza tra government e governance. (Purtroppo la lingua italiana possiede un solo vocabolo: governo). Government è l’istituzione politica cui spetta l’ultima parola, come si è soliti dire; governance, invece, dice dei soggetti e dei modi in cui le decisioni finali prese dal governo devono essere concretamente realizzate per conseguire l’obiettivo dichiarato. Chi l’ha detto che la funzione implementativa vada affidata alla sola burocrazia o ad altri organi dello Stato? Solo chi non conosce o non crede al principio di sussidiarietà (circolare) può pensare questo. E dire che il nuovo articolo 118 della Costituzione (introdotto nel 2001) parla esplicitamente di sussidiarietà, rinviando ai corpi intermedi della società (art. 2 della Costituzione) il compito di intervenire fin dalla fase di coprogettazione degli interventi e non solo in quella della cogestione degli stessi. Un solo esempio (per ragioni di spazio) di mancata applicazione del principio di sussidiarietà. Il prof. Giuseppe Pellicci, direttore dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (un Ente di Terzo Settore) ha dichiarato: “Con più di 290 colleghi abbiamo offerto di aprire i nostri laboratori in tutta Italia e mettere a disposizione macchine e personale. Insieme possiamo analizzare i tamponi necessari. Solo in Lombardia saremmo in grado di passare dai circa centomila attuali a cinquecentomila”. (Corriere della Sera, 26 marzo 2020). Ma l’offerta non è stata accolta. Penso anche al Servizio Civile Universale, a questo “esercito del bene comune”, come è stato definito. Ci sono 80.000 giovani che nell’ultimo bando non hanno trovato posto per fare un anno di servizio civile volontario per la mancanza di copertura finanziaria, peraltro modesta. Perché non provvedere subito alla bisogna? E così via con tanti altri esempi.

Terzo. La salute di una persona e di una popolazione è funzione di cinque variabili. Certamente la sanità è la prima di queste, le altre quattro sono: gli stili di vita, le condizioni lavorative, l’ambiente (ecologico), la famiglia. L’errore che continuiamo a commettere è quello di pensare che la nostra salute dipenda unicamente dalle strutture sanitarie. È bensì vero che questa crisi ha messo a nudo non poche carenze e inefficienze del nostro sistema sanitario, alle quali occorrerà porre rimedio in fretta. Ma se non prestiamo attenzione alle altre variabili potrà accadere che i tassi di mortalità e di morbilità non declineranno di certo. Per farmi capire: non si muore e non ci si ammala solo a causa del virus, ma anche per la denutrizione (o malnutrizione) o per il senso di isolamento sociale che deriverebbero da una eventuale grave e lunga recessione economica. Con l’aggravante che, mentre il virus colpisce tutti indistintamente, le nuove povertà andrebbero a colpire gli scarti umani, come li ha chiamati papa Francesco. Che fare allora? Occorre intervenire, sin da ora, senza aspettare la fine della pandemia (prevista per l’inizio dell’autunno), affinchè il governo dia vita ad un gruppo di lavoro formato da persone competenti, libere da ogni legame di partito e di affari, con forte motivazione intrinseca, al quale chiedere di elaborare, in un lasso di tempo di non più di tre mesi, un piano di rinascita nazionale. Il gruppo dovrà darsi da sé le regole per lo svolgimento della propria missione, senza interferenza alcuna dall’esterno. Il piano verrebbe poi affidato al governo e al parlamento che decideranno in merito. (A scanso di equivoci, un piano non è una lista di proposte – ce ne sono già fin troppe – ma un insieme articolato di progetti).  Sarebbe questo un esempio concreto di quella democrazia deliberativa (che non è, beninteso, la democrazia decidente) verso la quale il nostro paese dovrà andare se vorrà vedere l’alba di un nuovo giorno.

C’è infine una quarta lezione da trarre, quella riguardante l’urgenza di ripensare in radice i Trattati Europei, perché l’Unione Europea ha bisogno di un “supplemento d’anima”. Non saranno le tecnicalità, pur necessarie, a salvare l’Unione. Ma di ciò, in un’altra occasione.

Termino ricordando che la possibilità è sempre la combinazione di due elementi: le opportunità e la speranza. È sbagliato pensare che perché qualcosa possa realizzarsi sia necessario intervenire solamente sul lato delle opportunità, cioè delle risorse e degli incentivi. Occorre piuttosto insistere sull’elemento della speranza, che non è mai utopia. Essa si alimenta con la creatività dell’intelligenza politica e con la purezza della passione civile. È la speranza che sprona all’azione e all’intraprendere, perchè chi è capace di sperare è anche chi è capace di agire per vincere la paralizzante apatia dell’esistente. “Tutto andrà bene!”

 

Aggiornamento del 28.04.2020

    

 

 

Una comunicazione del Viminale ha impresso un brusco stop all'utilizzo da parte della polizia locale dei droni. Al momento, quindi, occorre attendere l'esito degli approfondimenti e del dialogo tra ENAC e il ministero dell'Interno che dovrebbero chiarire in dettaglio gli effettivi ambiti del loro utilizzo.


Dibattiti in Corso

 

 

 

Approfondimenti con particolare riguardo ad una prospettiva antropologico culturale in

http://fareantropologia.cfs.unipi.it


Intervento/3

 

 

  

Agamben secondo Totò

 

di Gian Bruno Ravenni

 

 

Grazie Paolo, mi pare una buona idea e vorrei contribuire anche se farlo su Agamben non mi riesce proprio se non citando Toto':"Scusi ma lei è scemo?" Io posso solo notare che Agamben dice le stesse cose di Trump, di Bolsonaro, di Boris Johnson e della destra italiana, Salvini in primo luogo, ma non solo lui, che in Lombardia le ha praticate finché ha potuto, aiutando il diffondersi del flagello e amplificando l'effetto in termini di orribili morti e di danni economici. Non mi pare intendano fermarsi. Molti anni fa Paolo Rossi scrisse una storia della scienza moderna, che non ho sotto mano e dunque dovrete credermi sulla parola, che finiva ricordando come il metodo scientifico come modalità di rapporto col modo e la democrazia, come modalità di regolazione delle relazioni fra gli uomini, fossero interdipendenti e fragili. Ambedue vanno di continuo alimentati per poter essere difesi

 


Intervento/4

 

 

 

 

Su questa Italia a basso tasso di democrazia

 

di Francesca Medioli

 

     Io sono di sinistra e non desidero quindi che quanto segue possa venire strumentalizzato in una discussione politica contro l’attuale governo. Desidero invece esprimere il mio punto di vista rispetto a quanto scritto da Giorgio Agamben, non a caso nipote di Maria Agamben Federici, una delle 21 donne (su 552 sedenti) all’Assemblea Costituente nel 1946.

     Prima di tutto, ancor più della cremazione (che resta per altro non obbligatoria) e dei non-funerali ai morti di Coronavirus, è la morte in solitudine che personalmente mi strazia. A me pare assai più grave dei mancati funerali, utili a chi resta, che piuttosto migliaia di vecchi siano morti da soli, senza che i familiari potessero andare a salutarli mentre erano vivi. Nelle case di riposo, fra gli ultimi degli ultimi (come nelle pediatrie) sarebbero dovuti essere disponibili scafandri, tute, mascherine e guanti per chi aveva ancora qualcuno disposto a rischiare per tenergli la mano mentre si muore.

     Sul venir meno degli articoli 13 (sulla libertà personale inviolabile) e 16 (sul circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale) della Costituzione, io credo che possano magari venire sospesi in casi di emergenza sanitaria, ma che un’emergenza non possa durare sine die. Perché altrimenti diventa qualcosa di diverso e va chiamata diversamente. Un’emergenza deve assolutamente finire quando annunciato ex ante che finisca. Lo Stato deve mantenere la parola data a qualsiasi costo.

     Credo poi che per la quarantena non si dovesse dare il via alla caccia alle streghe, ossia ai milanesi o a chiunque si spostasse nelle località di vacanza o nei luoghi d’origine, ma predisporre una vera quarantena in loco, facendo portare con sé vettovaglie bastevoli per 15 giorni e facendo registrare chi si spostava nella questura del luogo dove si giungeva. 

     Allo stesso tempo lo Stato che implementa queste regole draconiane, si permette anche di disattenderle e piegarle a proprio piacimento. Il che è il modo per perdere ogni credibilità. Questo si applica al macro: come chiedere alla Basilicata, con le sue scarse decine di casi, di implementare lo stesso confinamento della Lombardia, con le sue migliaia di decessi?

     E si applica nel micro: so di prima mano del caso di una bambina affidata ai Servizi Sociali, il cui padre abita nell’epicentro dell’epidemia, la quale ha dovuto lasciare la regione dove abita di solito con la sua mamma e andare presso il padre, perché così voleva il dispositivo del divorzio. Non importava nulla che il padre fosse in un altro Comune, un’altra regione, che la bambina con la mamma avesse fatto la quarantena, che lì fosse sana e salva, che nulla garantisse che il padre non fosse uno fra le centinaia di migliaia di portatori sani.

     Questo Stato non permette di identificarsi in lui. Quel che pare a me è che l’Italia resti un paese tendenzialmente fascista, a basso tasso di democrazia, dove le regole non sono certe e uguali per tutti e così le pene, dove si governa per reiterati decreti-legge e dispositivi d’urgenza, dove i cosiddetti esperti non leggono le stesse riviste mediche (The Lancet) che io leggo, dove all’aria aperta, da soli in un bosco o per strada, si viene inseguiti da un drone, anche se non c’è un caso documentato di contagio all’aria aperta. Perché si può fare scuola all’aria aperta. Perché si può lavorare con una mascherina FP3, quella che sigilla al 90%.

     E allora? Allora secondo me resta sempre la responsabilità personale: le multe sono un grande deterrente, ma non impediscono la libera scelta, neppure a chi non può permettersi di pagarle. In altre parole, non possiamo in nessuna circostanza derogare ai nostri principii e venire meno all’esercizio delle nostre facoltà mentali per decidere almeno di noi stessi. Forse è un atto di disobbedienza civile, forse è un atto di dissenso, forse è anche un atto di resistenza. Ora e sempre.



Storie/Storia


La Spagnola dei miei nonni


di Sara Alzetta



Mia nonna, la mamma di mio papà, aveva avuta la spagnola, ma era troppo piccola e si ricorda solo che, nell’intenzione di curarla, le davano da bere alcolici.

 

     Anche mio nonno, il papà di mia mamma, l'aveva avuta. Mio nonno, che aveva una memoria formidabile... E così me la raccontava:

 

     Ero aspirante guardiamarina sul cacciatorpediniere “Impetuoso”, di base a La Spezia. In ottobre del '18 avevo vent'anni ed ero imbarcato da poco più di un anno. Scortavamo altri convogli militari o civili, italiani e alleati, in tutto il Mediterraneo. Dal '17 i tedeschi avevano dichiarato la guerra sottomarina indiscriminata, e avevano adibito allo scopo gli U-Boot. Dagli U-Boot veniva il pericolo maggiore per la nostra navigazione.

     Ma ero caduto ammalato, e, insieme a me, un compagno.

     Ci avevano messo in fondo al camerone dove si dormiva, vicino alla sala macchine. Faceva molto caldo e c'era molto rumore. Eravamo in due, in quel momento, a avere la spagnola. Stavamo su delle brandine appese con le corde. Le corde erano nere per il viavai di pulci, cimici e pidocchi.

     Me lo ricordo, il ragazzo nella brandina vicina alla mia. Era uno studente, come me. Aveva 18 anni. Era timido, stava sempre in silenzio. Il terzo giorno, che pareva stesse meglio, mi aveva parlato della sua passione per l'arte. Gli piaceva Michelangelo. Mi parlava tutto infervorato, con gli occhi lustri. Ci avrebbe tenuto a andare a Roma, per vedere la Cappella Sistina. Tutti noi studenti eravamo appassionati all'arte, al teatro. Io mi consideravo un cultore dell'opera. E, pur essendo stonato, suonavo il violino. Siccome Luciano -si chiamava così ed era di Milano- mi aveva invitato, a guerra finita, a andare a trovarlo -che saremmo andati alla Scala-, stavo per chiedergli di scambiarci gli indirizzi, ma lui aveva chiuso gli occhi. Sorrideva. Forse si era stancato troppo, avevo pensato. E mi ero appisolato anch'io.

     All’improvviso, un movimento brusco: cerco Luciano, e vedo che si era messo a sedere sulla brandina, come se volesse scendere. Comincia a perdere sangue dalla bocca. La brandina si riempie di sangue, che subito comincia a gocciolare per terra formando una pozza scura, che si allargava.

     Ho cominciato a urlare, chiamavo con tutta la forza che avevo, che era poca, e il rumore dei motori troppo forte, mi copriva di sicuro. Lui intanto si era voltato verso di me con gli occhi spalancati. Di paura, ma anche per la grande delusione di non poter credere che, ormai che stava meglio, gli potesse capitare di morire.

     Tutti avevamo sentito dire che era così che succedeva.

Io ero spaventato, non sapevo cosa fare. Mi ero buttato giù dal letto ma non riuscivo a stare in piedi. Mi ero tirato su a fatica, stavo aggrappato alla sua brandina e ho cominciato a guardarlo fisso, negli occhi, per non lasciarlo solo. Finché lui non li ha chiusi. 

     E' andata così, proprio quando ci eravamo conosciuti. Mi domandavo se aveva sofferto. Se era morto in silenzio perché era timido. Se era difficile morire.

     Quella notte, dopo che l'avevano portato via, avevo avuto anch'io uno sbocco di sangue. Non so quanto fossi rimasto così, senza che nessuno mi venisse vicino. Probabilmente mi davano per morto. Io intanto avevo tanta fame perché per giorni ci avevano dato solo una sbobbetta liquida. Vicino al camerone c'erano la dispensa e la cucina. Sentivo l'odore del pane. Di nascosto sono sceso, mi sono trascinato in dispensa e ho portato via un grande filone di pane. Me lo sono messo sotto la giubba e sono tornato alla mia brandina. E, mentre tutti dormivano, tremando, col cuore in gola per la paura e l'emozione di mangiare dopo tanti giorni, ho preso a morsi tutto il filone. Senza tirarlo fuori dalla giubba, facendolo sporgere via via fuori dal colletto. L'ho mangiato in pochi minuti. Poi mi girava la testa e avevo paura di vomitare, ma mi sono addormentato.

     La mattina dopo stavo meglio. E qualche giorno ancora e abbiamo saputo che la guerra era finita.

Non è passato troppo tempo che sono salito sul ponte con gli altri. Pioveva. Pareva che i cavalloni si rompessero sotto la pioggia, tanto era forte. La nave rollava e le gambe mi facevano giacomo giacomo. Ma è stata una gioia immensa. Non saprò mai descriverla.

 

     Mio nonno, che era una persona razionale e colta, ancora cinquant'anni dopo era convinto che era stato quel filone di pane a salvargli la vita.

 

 

In  Istria

 

     La mamma di mia nonna, mia bisnonna, che si chiamava Anna, aveva accolto a casa una ragazzina orfana. Era la figlia della lavandaia di casa, che l'aveva avuta da nubile. Mamma e figlia erano sole al mondo. Questa ragazzina si chiamava Attilia e aveva 10 anni o poco più quando era entrata nella casa dei miei nonni materni. La famiglia dei miei nonni era facoltosa, ma nel '18, quinto anno di guerra, c'era poco da mangiare per tutti. La situazione era aggravata dal fatto che il mio bisnonno, dopo esser stato richiamato nell'Imperial-Regio esercito del Kaiser Francesco Giuseppe, combattendo in Galizia, era stato fatto prigioniero dai soldati dello Zar. Internato in Russia, allo scoppio della Rivoluzione era stato forzosamente arruolato nell'Armata Rossa. In Siberia, catturato dalle Armate dell'ammiraglio Kolchak era stato costretto a combattere negli Eserciti Bianchi. Mio nonno avrebbe combattuto la guerra civile russa, da una parte e dall'altra, fin quasi alla fine, e solo nel 1921 sarebbe riuscito a tornare finalmente a casa sua.

  Intanto, a casa, sua moglie Anna, lui la chiamava affettuosamente Anuta, in sua assenza si era fatta carico della conduzione dei poderi e delle fattorie. Nonna Anna si era trovata a regnare su un manipolo di lavoranti, la gran parte donne, che erano abituate sì al lavoro dei campi, ma non a prendere decisioni. Scegliere il momento giusto per falciare il fieno, il grano, dividere le donne in squadre in modo che andassero d'accordo... Quando nonna Anna andava a controllare che si facessero i pagliai in modo che il fieno si asciugasse senza seccarsi sotto il sole o bagnarsi sotto la pioggia, si portava dietro Attilia, che ormai era ragazzetta. Perché imparasse con calma quello che lei aveva appreso con l'acqua alla gola. Poi la sera, dopo aver messo a letto i suoi figli -tre erano, tutti piccoli- e aver salutato Attilia, la mia bisnonna si ritirava nel tinelletto rosa. A volte la colona, arrivando la mattina presto col latte appena munto, la trovava con la testa appoggiata a un libro. Addormentata sui libri di agraria di suo marito, o su qualche romanzo russo.

  L'autunno è il periodo più festoso in campagna. Si raccolgono le frutta autunnali, si vendemmia. Nonna Anna ci teneva a offrire ai suoi lavoranti una festa a conclusione della stagione. Quasi sempre la festa coincideva con la sera fra Ognissanti e i Morti. Ma, in quell'autunno del '18, oltre alla fame e le requisizioni, una nuova ansia tormentava la popolazione stremata da cinque anni di guerra. Una malattia sconosciuta colpiva tanta gente come non si era mai visto. Molti ne morivano, ma né i medici né le autorità sembrava ne sapessero niente. E nemmeno gli organi di informazione ne parlavano se non per dire che una violenta epidemia stava imperversando in Spagna. La gente aveva quasi paura a nominarlo, tuttavia la voce del terribile morbo si diffuse di casa in casa per tutta l'Istria molto velocemente, come portata dal vento dei rabbiosi temporali di quell'autunno.

  Ma, quella sera di Ognissanti, forse proprio per fugare le paure, era venuto naturale di stare assieme con ancora più gaiezza del solito, le lavoranti erano arrivate alla festa tutte pettinate, le gonne scure rassettate, gli scialletti e i fazzoletti in testa fragranti di naftalina, allegre nell'attesa del cibo abbondante innaffiato da un buon bicchiere. C'era anche qualche vecchio bracciante e i bambini più grandi, che subito si erano messi a correre in giro e a strillare e presto le donne, accompagnate dalle voci di basso dei vecchi, avevano cominciato a cantare. Insomma la festa era riuscita bene, ma la nonna Anna se la ricordava meglio di tutti proprio perché, dopo aver salutato tutti, Attilia si era lamentata che le dolevano le ossa. “Cosa dici zia, deve piovere?” aveva chiesto. Nella notte le era venuta la febbre.

  Nelle allucinazioni della febbre vedeva sua madre, la chiamava, ma per fortuna, qualche mattina dopo, la nonna l'aveva vista subito: aveva il suo colore roseo e non quel colorito violaceo che era il segno della malattia. E gli occhi chiarissimi, la chiamavano “occhi di gatto”, sembravano trasparenti come l'acqua. Come se si fosse svegliata da un bel sonno. Con la malattia Attilia era diventata più alta e più giovinetta. Ma, scesa dal letto, stava con la testa fra le spalle, timorosa, come se si vergognasse di questi cambiamenti.

  In realtà colpa di quella ritrosia era l'arrivo delle prime mestruazioni. Le donne che aiutavano in casa avevano subito detto che erano state quelle a salvarla, che tutte le donne che avevano avuto le mestruazioni durante la malattia si erano salvate.

  E questo accresceva il carattere misterioso dell'epidemia. Che non somigliava a niente che si fosse mai visto, ma piuttosto a un flagello biblico, il castigo di Dio per i massacri di quella guerra interminabile.

  Della fine del conflitto mia nonna aveva saputo in ritardo: ormai, rotto ogni vincolo, la gente, che magari in famiglia aveva più di un malato, e a volte più di un morto, non lavorava più, restava chiusa in casa, terrorizzata dal contagio.

  Una sera un vecchio colono era venuto a comunicarle la fine della guerra assieme all'arrivo del maltempo e a un lungo elenco di morti. Nonna Anna ricordava che aveva guardato fuori dalla finestra. Nel silenzio i corvi e le cornacchie gracchiavano come non si era mai sentito. Imbruniva. Aveva avuto la sensazione che anche i campi e la terra stessa si fossero ammalati. Per sempre. 


Intervento /5

 

La morte così lontana così vicina


di Antonella Pilozzi

 

Se per Norbert Elias l’inizio della modernità è caratterizzato dall’allontanamento della morte dalle nostre vite, da voler fare uscire la Nera Signora dal perimetro del quotidiano e dalla negazione della possibilità di incontrarla, la storia del Covid-19 potrebbe essere letta come la manifestazione del fenomeno che mette in crisi questo paradigma, che decostruisce questo modello di relazione con l’Aldilà, che ci toglie l’illusione di pensarci immortali.

Da qualcosa di lontano, sconosciuto ed estraneo, nel giro di poche settimane il Covid-19 è diventato il Dramma a livello planetario. Siamo rimasti in casa per settimane e abbiamo riscoperto la paura e la paura della morte in particolare. L’immagine dei camion che trasportano bare rimane negli occhi; turberà le anime e coscienze per molto tempo. In alcuni territori del nostro paese la situazione è stata devastante. Nella provincia di Bergamo, a marzo 2020, le morti sono state il 568% in più rispetto allo stesso periodo dal 2015 al 2019.

Dagli asintomatici ai morti, chi è stato colpito dal Corona Virus può raccontare mille storie differenti riguardo la stessa malattia, infatti questa storia può essere raccontata in modi diversi perché molteplici sono i suoi modi di manifestarsi, un virus sconosciuto ha causato, improvvisamente, un cambiamento traumatico a livello globale.

Il trauma è il vivere in un tempo sospeso in cui il confine tra vita e morte è diventato sempre più fluido. E’ proprio questo trauma che vogliamo cancellare, che vogliamo dimenticare chiedendo di tornare al più presto a una vita normale. Una vita normale, da vivere con qualche accortezza in più, ma che non puzzi così tanto di morte. Che non ci faccia ricordare chi siamo e che ci faccia dimenticare la paura che abbiamo dentro.

Se la pratica della cura è un segno di civiltà a che punto siamo arrivati quando ci arriva l’eco di persone anziane non curate e lasciate morire in solitudine e in abbandono? E dall’altra parte quanto hanno “combattuto”operatori sanitari per salvare il numero più alto di vite possibili? Quando tutto questo sarà finito faremo i conti, per l’ennesima volta rianalizzeremo il nostro volto oscuro e l a nostra parte migliore e conteremo i sommersi e i salvati.


Intervento /6

 

Parole, Parole


di Paolo De Simonis

 

Intervento /7

 

Parole, Parole


di Paolo De Simonis





Intervento /8

 

Parole, Parole


di Paolo De Simonis

Intervento /9


Commento in forma di figure


di Isanna Generali




Intervento /10


Commento in forma di figure


di Isanna Generali




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